Perché è importante continuare a fare teatro per e con le nuove generazioni?

By 6 Ottobre 2020 Ottobre 29th, 2020 notizie

Perché è importante, anche in questo complesso frangente storico, continuare a fare teatro con bambini e ragazzi e continuare portare spettacoli nelle scuole e in tutti gli istituti di cultura? Perché il teatro è un’esperienza fondamentale per le nuove generazioni? Lo abbiamo chiesto a Mario Bianchi, critico del teatro ragazzi in Italia, al pedagogista Daniele Novara, a insegnanti e a chi il teatro ragazzi e per la prima infanzia lo fa da sempre. Ecco i loro contributi sull’importanza del teatro con e per le nuove generazioni.

 

Ma secondo voi è immaginabile una scuola senza banchi? Una scuola che non abbia degli appendiabiti su cui poter gli abiti fuori dalla classe? Una scuola senza gessetti e lavagna, forse c’ è già, ma essi fanno ancora parte del nostro indelebile immaginario. È una classe elementare senza i fogli colorati dagli alunni appesi alle pareti potrebbe esistere? E una scuola senza il rumore meraviglioso della campanella che scandisce le ore di lezione? E una scuola senza l’intervallo, potrebbe esistere? Senza l’allegro vociare degli alunni? No che non potrebbe! E così non potrebbe esserci nemmeno una scuola senza poter volare verso mondi impossibili, senza poter ripetere le filastrocche di Rodari, i giochi di Munari, le storie di Calvino. Senza un modo per conoscere sé stessi e il mondo non dovendo leggerlo sui libri. Insomma una scuola senza teatro non potrebbe esistere, facciamo in modo che possa esistere! Mario Bianchi

Autore, regista e critico teatrale. È direttore di “Eolo. Rivista online di teatro ragazzi.”, il sito ufficiale del teatro ragazzi italiano. È stato condirettore artistico del festival di teatro ragazzi “Una città per gioco” oltre che del festival della narrazione di Mariano Comense, il più importante in Italia in questo ambito. Nel 1998 ha curato le voci del teatro ragazzi nella stesura del Dizionario dello Spettacolo della Baldini&Castoldi. Nel 2009 è uscito da Titivillus il suo libro “Atlante del teatro ragazzi italiano”.

 

I bambini sono teatrali per natura. Il teatro deve tornare a essere fatto direttamente con i bambini e i ragazzi in modo che rappresenti un progetto di sviluppo anche nelle aree curriculari. Bisogna tornare a far raccontare ai bambini e ragazzi stessi le storie. Esiste una lunga tradizione di teatro con i ragazzi, e non solo per i ragazzi, che si sta un po’ spegnendo negli ultimi anni perché si è tornati a una scuola frontale e nozionistica. Bisogna tornare invece alla grande pedagogia teatrale italiana degli anni Settanta, alle sue straordinarie esperienze, raccontate e scritte anche da Rodari nel suo celebre testo La grammatica della fantasia; esperienze che avvicinavano la pedagogia del teatro alla pedagogia dell’animazione, ambiti fra cui esiste una fortissima osmosi. Una pedagogia teatrale che abbiamo esportato in tutto il mondo. Purtroppo, siamo tornati a tenere i bambini ai banchi e basta e continuare a proporre questo tipo di pedagogia oggi è diventato molto difficile. La scomparsa di Gianni Rodari ha segnato la fine di questa eccellenza che avevamo esportato a livello mondale. Bisogna invece riscoprire la pedagogia degli anni Settanta, il teatro come esperienza, nella sua dimensione antropologica, non solo educativa. È un peccato che l’Italia abbia in questi decenni preferito seguire la strada del teatro per i ragazzi, dove bambini e ragazzi sono solo spettatori. Meglio che niente, ma io mi auspico che gli alunni tornino a fare teatro a scuola, e che lo facciano loro. Devono tornare ad essere gli alunni che lavorano sull’animazione (uno dei testi di assoluto riferimento rimane Il poliziotto e la maschera. Giochi, esercizi e tecniche del teatro dell’oppresso di Augusto Boal, del 2009), recuperando così una tradizione pedagogica teatrale di inestimabile valore. Daniele Novara

Pedagogista, è fondatore e direttore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti. È docente del Master in Formazione Interculturale presso l’Università Cattolica di Milano. È responsabile scientifico della Scuola Genitori. È ideatore del Metodo Maieutico nell’apprendimento e nella relazione d’aiuto, ispirata alle teorie del suo maestro, Danilo Dolci. È autore di numerosi libri, fra gli ultimi: Punire non serve a nulla (2016), Non è colpa dei bambini (2017), I bulli non sanno litigare (2018), Cambiare la Scuola di può (2018), Organizzati e felici (2019). Il 13 ottobre 2020 uscirà il nuovo libro I bambini sono sempre gli ultimi. Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro (ed. BUR Rizzoli). Fra il 2002 e il 2006 Daniele Novara ha curato due produzioni di teatro interattivo: uno per bambini, Anna è furiosa, e l’altro per adolescenti, Cosa vuoi da me papà?

 

Per un docente fare teatro a scuola è un privilegio, è un’opportunità che non ha pari con nessun’altra attività o esperienza. Noi insegnanti dovremmo lottare per poter creare e dare occasioni ai ragazzi di accedere a questa esperienza. In questi anni di insegnante di scuola primaria ho potuto verificare con mano la potenza educativa del laboratorio teatrale.
Sì, perché il laboratorio teatrale pone i docenti in una fortunata posizione di ascolto: ascolto dei desideri, dei sogni delle paure delle ansie dei bambini e dei ragazzi. È in questo luogo e in questo tempo che tutti i bambini si sentono ascoltati, presi in considerazione e tu, insegnante, li puoi osservare nelle loro pregiate differenze senza il filtro delle prestazioni scolastiche. Si crea una fiducia reciproca che apre le porte a una relazione adulto bambino sana, una relazione che aiuta entrambe le parti a crescere.
Nel laboratorio ogni individuo ha il proprio spazio per parlare, per porre domande (e scoprire che a volte le risposte non ci sono o ce ne sono tante), per inventare soluzioni, per sbagliare e riprovare, per muoversi e per usare corpo e mente all’unisono per esprimersi. I problemi che si incontrano sono una preziosa manna dal cielo per sperimentare percorsi creativi e inaspettati.
Fare teatro a scuola sottolinea la persona come unica e irripetibile e finalmente dà un senso all’apprendimento scolastico che si carica di aspetti e strumenti critici, curiosi e motivanti. E, vi assicuro, lungo la strada che faremo con i nostri alunni, nessuno rischierà di rimanere indietro.
Che dite? Secondo me vale proprio la pena di continuare a resistere in questa scelta. Anzi, cerchiamo di coinvolgere anche i nostri colleghi, facciamo loro assaporare e conoscere le potenzialità educative del fare teatro. Lina Cazzaniga, docente scuola primaria

 

Premetto che nella mia esperienza quarantennale di insegnante preside e ricercatrice non ho mai avuto significative esperienze concrete in proposito. Ho capito di più sul teatro come nonna, seguendo l’esperienza dei miei tre nipoti milanesi.
Credo però di avere ben capito che per i bambini e per i ragazzi avere un’esperienza di teatro può essere molto utile per capire sé stessi. La scuola italiana è infatti ancora molto impostata, spesso in modo quasi esclusivo, sull’aspetto cognitivo, il che, per carità, non è un male, anche se non se ne vedono grandi frutti. Conta anche il fatto che cercare di dare agli studenti strumenti per capire le proprie caratteristiche e le proprie vocazioni viene vissuto spesso come un’indebita intromissione nell’intimità degli individui e delle loro famiglie. Una cosa poco seria, da apprendisti stregoni e la psicologia, specie quella spicciola, non gode di molta stima nelle scuole, soprattutto superiori. Invece questa fase di età è decisiva nell’orientamento personale in tutti i sensi e non solo relativamente agli studi.
Perciò avere un’esperienza come il teatro, nella quale ci si mette in gioco con le proprie caratteristiche più personali, aiuta a farle emergere e se possibile analizzarle. Ed il bello è che ciò non avviene in modo diretto- e perciò per alcuni insostenibile- ma attraverso la mediazione-copertura di un’interpretazione, di un personaggio che non siamo noi stessi. Estroversi o introversi, auto o eterocentrati, sensibili o resistenti, razionali o emotivi, fantasiosi o sistematici, portati o meno all’astrazione etc.. Tante altre sono le cose da scoprire su noi stessi. Meglio scoprirlo subito prima che sia troppo tardi. Tiziana Pedrizzi

È stata preside in istituti tecnici di Milano, è ricercatrice IRRE Lombardia, formatrice per il MIUR ed è stata responsabile PISA Lombardia 2003 e 2006. È autrice con Enrico Castrovilli del libro Dalla scuola al lavoro. Manuale operativo per una formazione efficace.

 

Nei ricordi di questi tre mesi di quarantena abbiamo vive le immagini delle videochiamate con i bambini delle classi che hanno aderito al nostro progetto “Favole al telefono…al telefono”.
Una ventina di rettangolini, occhi aperti, desiderosi dell’incontro: che emozione il primo giorno in cui ce li siamo trovati davanti, di nuovo vedevamo tanti bambini, tutti insieme.
Al computer, telefono o tablet che fosse, gli sguardi oscillano: i bambini passano dall’osservarsi come allo specchio allo sguardo direzionato verso un fuori vago, sempre nella richiesta urgente di relazione.
Vederli seduti più o meno fermi raccontava di un’irrequietezza del corpo, in un movimento limitato dallo schermo per essere visibile interamente. Le relazioni tra loro, costrette da tempi e da modalità del tutto nuove, spesso ridotte solo a qualche scambio di battute.
Abbiamo cercato di bucare quegli schermi piatti e fare del mezzo tecnico una frontiera da superare per imparare cose nuove e continueremo a farlo se sarà necessario ma vogliamo tornare dal vivo.
Il teatro è corpo e relazione. Molto corpo e molta relazione.
Ora più che mai, con le mascherine davanti alla faccia, nell’impossibilità di abbracciarsi o anche solo giocare a toc nei cortili senza la paura del virus, facciamo teatro! Facciamolo soprattutto con i bambini! Bisogna ripartire per non far dimenticare ciò che è fondamentale: guardarsi negli occhi e risvegliare il corpo che siamo. Anna Fascendini e Giulietta De Bernardi, ScarlattineTeatro

 

Perché i bambini hanno bisogno di tornare in mezzo al bello, dopo mesi in cui il suono delle ambulanze e i pensieri di adulti alle prese con le fatiche della realtà hanno tolto loro la bellezza delle cose. Perché i bambini hanno bisogno di tornare a sognare, dopo che sono stati investiti dalla realtà delle cose e dalla concretezza spiccia delle norme da rispettare. Perché i bambini hanno bisogno di tornare a vivere in un mondo culturalmente stimolante e comunitario per poter essere bambini. Claudia Saracchi, insegnante della scuola primaria “senza zaino” Istituto Don Milani, Vimercate.