chi siamo  |  produzioni |  Il gatto con gli stivali. Un racconto per il digitale
Campsirgo Residenza
teatro ragazzi
Versione animata dal vivo per dispositivi digitali
tout public / dai 5 anni
40 minuti
DEBUTTO gennaio
2021

PERCHE’ UN RACCONTO MULTIMEDIALE

Come è accaduto per tutti, le drammatiche contingenze del periodo che stiamo attraversando ci hanno costretti a ricorrere ad uno uso massiccio degli strumenti digitali. L’impiego di questi mezzi ci ha permesso di tenere in vita una parte importante delle nostre relazioni e, nello specifico del nostro lavoro, la relazione con lo spettatore se non nella condivisione di uno stesso luogo, come è nel teatro, nellla condivisione comunque di uno stesso tempo, presente, unico e irripetibile. Le necessità di questo momento complesso e sconvolgente ha fatto nascere in noi l’interesse e la curiosità nei confronti di alcuni esperimenti nati appositamente per essere trasmessi da quei media (radiofonici, digitali e multimediali) che, proprio per questo, cercavano sin dalle premesse una relazione differente con il proprio destinatario. Questo periodo di distanziamento ha fatto sorgere il desiderio di sperimentare e mutuare -per noi per la prima volta- alcune delle tecniche artistiche in chiave “digitale” e Il Gatto con gli stivali è necessariamente diventato un fertile terreno di prova di questo nuovo processo di sperimentazione.

Abbiamo allora cominciato a confrontarci con alcuni di questi strumenti e, dopo un periodo di studio e di primi esperimenti, abbiamo iniziato a progettare un lavoro più complesso, che fosse pensato appositamente per il dispositivo digitale e che, all’interno di questo contenitore, trovasse una sua autonomia poetica: è nato così Il Gatto con gli stivali, un racconto intenzinalmente realizzato per il mezzo digitale.

 

IL GATTO CON GLI STIVALI È UN RACCONTO MULTIMEDIALE.

Il Gatto con gli stivali è un racconto perché si fa interprete della celebre fiaba, narrandone la storia, ed è multimediale perché lo fa attraverso la compresenza e l’interazione di diversi linguaggi, all’interno della cornice digitale. Il racconto, infatti, prende vita grazie alla presenza di un attore che ne narra la storia in diretta, servendosi di parole, immagini e filmati. La narrazione è continuamente integrata da scene filmate che sono state realizzate attraverso tecniche differenti: il paper theatre, il teatro d’ombre, la stop motion, il disegno animato, il pop-up theatre.

Questo particolare impiego di diverse tecniche che derivano dal teatro di figura ha una duplice valenza: oltre a farsi veicolo espressivo della storia narrata, ci permette mostrare la componente estremamente artigianale dell’intero processo creativo e realizzativo. Processo a cui, nell’ultima parte dell’incontro, dedichiamo un tempo di confronto e di dialogo con i giovani (e meno giovani) spettatori. Questo perché, nelle nostre intenzioni, il senso dell’intero progetto non si esaurisce con il termine della storia narrata di ma, al contrario, è a partire da là che ci auguriamo possa continuare. Questa versione del Gatto con gli stivali, infatti, vorrebbe essere un seme capace di attivare l’immaginazione e di stimolare la creatività di chi vi ha partecipato, fornendo allo spettatore strumenti e suggestioni utili per l’elaborazione di un racconto in autonomia.

 

LA NOSTRA RISCRITTURA DELLA FIABA

La fiaba del Gatto con gli stivali, opera tra le più discusse e controverse dei classici della letteratura per l’infanzia, è ben nota: un giovane ragazzo, rimasto orfano, riceve in eredità un gatto. Questi, grazie alle sue straordinarie doti, lo aiuta ad arricchirsi e a trovare una sua collocazione nel mondo, attraverso un susseguirsi ascendente di eventi, che culmina con il matrimonio del giovane stesso con la figlia del Re.

Per la costruzione della drammaturgia siamo partiti dalla celebre versione di Perrault per poi abbandonarla e ripercorrerne le tracce a ritroso, attraverso la versione dei fratelli Grimm e di Straparola, fino ad approdare al “Cagliuso” di Basile, dove i toni scuri, il contesto di estrema  miseria in cui è ambientato e la lingua amara di cui si serve, rendono il racconto comico e tragico al tempo stesso e, a nostro avviso, più contemporaneo, perché a distanza di sicurezza dal canonico messaggio moralistico ed edificante che ci viene sovente proposto.

E’ proprio a partire da questa riflessione che abbiamo cominciato a lavorare ad una ri-scrittura, che della fiaba classica mantiene intatti l’arco narrativo e i personaggi principali, senza tuttavia censurarne le spinte contraddittorie e le dinamiche spesso ambivalenti. Al contrario, attraverso il dispositivo scenico che abbiamo creato, abbiamo provato ad esaltarne con leggerezza la sua complessità, facendo emergere quegli aspetti ambigui- e a tratti irrisolti -che sono propri delle vicende umane, delle loro relazioni e dei loro desideri, di cui questa fiaba è grande interprete.

La nostra è quindi una riscrittura di un classico della letteratura per l’infanzia. Durante lo studio e l’elaborazione della nostra ricerca, a lungo ci siamo interrogati sul perché questa fiaba e le dinamiche in essa presenti continuassero ad avere un riverbero così importante sul nostro immaginario di persone adulte.  A nostro avviso la sua “classicità”- e dunque l’universalità e l’attualità della sua voce -non risiedono tanto nella morale che viene attribuita alla versione di Perrault, dove l’ingegno e lo spirito d’iniziativa garantiscono la riuscita personale e premiano colui che parte da una posizione di svantaggio. Morale peraltro ambigua e a tratti discutibile, come molti prima di noi hanno sostenuto. La sua “classicità” ci è sembrato invece di rintracciarla in queste parole: “Quel che conta non è l’amicizia dei Re, ma l’amicizia dei Gatti”. E’ una frase di Laura Conti, contenuta in un testo che si intitola “A difesa del Gatto con gli Stivali”, dove l’autrice sposta il baricentro della fiaba non tanto nelle vicissitudini che la trama sviluppa, quanto nella relazione tra il giovane e il gatto, ossia nella relazione tra l’uomo e l’animale magico, tra le manifeste capacità (o incapacità) dell’essere umano e le sue nascoste risorse interiori.

Perché come per qualsiasi fiaba che si rispetti, il nocciolo più autentico non va cercato nei fatti narrati, nella carriera e nelle frodi del falso marchese di Carabas. A nostro avviso va rintracciato in quello che sul piano emotivo è il seme più durevole del racconto: la relazione tra i due, che poi è la relazione tra un giovane e il suo alter-ego. O ancora meglio- per usare un’espressione che ne valorizza la visione magica e animistica – tra un piccolo uomo e il suo “spirito” guardiano.

Ed è proprio nella versione di Basile contenuta nel Cunto dei Cunti (“Cagliuso”) che questo aspetto si rivela in maniera eclatante: il gatto è qui una gatta, e tutta la vicenda – contrariamente a quanto succederà nelle versioni successive – sembra mistificare l’idea che il successo personale e la realizzazione di sè sia il fine ultimo dell’esistenza. In questa versione della fabula, la relazione tra il protagonista e il felino è tutt’altro che risolta e pacificata (al contrario, tra le righe è possibile coglierne la complessità e la contraddittorietà) ma senza dubbio è una relazione di grande profondità.

La forte complicità tra i due, che trova slancio nella comune sventura, li conduce ad un’ improbabile vittoria, che da una parte è il motore che dà speranza e luce all’intera vicenda. Dall’altra, tuttavia, la vittoria dei protagonisti è al tempo stesso il riflesso di un’ambizione crescente di cui tutti i personaggi sono vittime più o meno consapevoli e che allontana i due protagonisti- e con loro tutti noi –  da un mondo che perde le sue connotazioni più “umane” e “naturali”, per condurci in una dimensione sempre più “artificializzata”. Una dinamica, quest’ultima, di cui la gatta stessa, suo malgrado, ne incarna la parabola, a partire dal momento in cui decide di calzare un paio di stivali. Ed è proprio in questa versione di Basile, che non rinuncia alla complessità e all’ambivalenza della fiaba, che abbiamo preso le mosse per la nostra riscrittura, perché in essa rintracciamo la “contemporaneità” dell’intera vicenda: da una parte la spinta, umana e legittima, verso la coscienza delle proprie risorse e la realizzazione di sé. Dall’altra il suo rovescio: il rischio che un’ eccessiva ricerca di benessere, alimentata da una sete di ambizione e di progresso, possa portarci troppo lontani dalla nostra natura e, dunque, alla rovina. L’equilibrio tra queste due forze, così attuale nel presente che stiamo vivendo, è al centro del nostro Gatto con gli Stivali. Un equilibrio spesso improbabile, che nel nostro racconto dà vita a momenti di inevitabile comicità, come comici sono spesso i tentativi degli umani (e in questo caso anche dei felini) di mettere ordine al caos.

La nostra è quindi una riscrittura di un classico della letteratura per l’infanzia. Durante lo studio e l’elaborazione della nostra ricerca, a lungo ci siamo interrogati sul perché questa fiaba e le dinamiche in essa presenti continuassero ad avere un riverbero così importante sul nostro immaginario di persone adulte.  A nostro avviso la sua “classicità”- e dunque l’universalità e l’attualità della sua voce -non risiedono tanto nella morale che viene attribuita alla versione di Perrault, dove l’ingegno e lo spirito d’iniziativa garantiscono la riuscita personale e premiano colui che parte da una posizione di svantaggio. Morale peraltro ambigua e a tratti discutibile, come molti prima di noi hanno sostenuto. La sua “classicità” ci è sembrato invece di rintracciarla in queste parole: “Quel che conta non è l’amicizia dei Re, ma l’amicizia dei Gatti”. E’ una frase di Laura Conti, contenuta in un testo che si intitola “A difesa del Gatto con gli Stivali”, dove l’autrice sposta il baricentro della fiaba non tanto nelle vicissitudini che la trama sviluppa, quanto nella relazione tra il giovane e il gatto, ossia nella relazione tra l’uomo e l’animale magico, tra le manifeste capacità (o incapacità) dell’essere umano e le sue nascoste risorse interiori.

Perché come per qualsiasi fiaba che si rispetti, il nocciolo più autentico non va cercato nei fatti narrati, nella carriera e nelle frodi del falso marchese di Carabas. A nostro avviso va rintracciato in quello che sul piano emotivo è il seme più durevole del racconto: la relazione tra i due, che poi è la relazione tra un giovane e il suo alter-ego. O ancora meglio- per usare un’espressione che ne valorizza la visione magica e animistica – tra un piccolo uomo e il suo “spirito” guardiano.

Ed è proprio nella versione di Basile contenuta nel Cunto dei Cunti (“Cagliuso”) che questo aspetto si rivela in maniera eclatante: il gatto è qui una gatta, e tutta la vicenda – contrariamente a quanto succederà nelle versioni successive – sembra mistificare l’idea che il successo personale e la realizzazione di sè sia il fine ultimo dell’esistenza. In questa versione della fabula, la relazione tra il protagonista e il felino è tutt’altro che risolta e pacificata (al contrario, tra le righe è possibile coglierne la complessità e la contraddittorietà) ma senza dubbio è una relazione di grande profondità.

La forte complicità tra i due, che trova slancio nella comune sventura, li conduce ad un’ improbabile vittoria, che da una parte è il motore che dà speranza e luce all’intera vicenda. Dall’altra, tuttavia, la vittoria dei protagonisti è al tempo stesso il riflesso di un’ambizione crescente di cui tutti i personaggi sono vittime più o meno consapevoli e che allontana i due protagonisti- e con loro tutti noi –  da un mondo che perde le sue connotazioni più “umane” e “naturali”, per condurci in una dimensione sempre più “artificializzata”. Una dinamica, quest’ultima, di cui la gatta stessa, suo malgrado, ne incarna la parabola, a partire dal momento in cui decide di calzare un paio di stivali. Ed è proprio in questa versione di Basile, che non rinuncia alla complessità e all’ambivalenza della fiaba, che abbiamo preso le mosse per la nostra riscrittura, perché in essa rintracciamo la “contemporaneità” dell’intera vicenda: da una parte la spinta, umana e legittima, verso la coscienza delle proprie risorse e la realizzazione di sé. Dall’altra il suo rovescio: il rischio che un’ eccessiva ricerca di benessere, alimentata da una sete di ambizione e di progresso, possa portarci troppo lontani dalla nostra natura e, dunque, alla rovina. L’equilibrio tra queste due forze, così attuale nel presente che stiamo vivendo, è al centro del nostro Gatto con gli Stivali. Un equilibrio spesso improbabile, che nel nostro racconto dà vita a momenti di inevitabile comicità, come comici sono spesso i tentativi degli umani (e in questo caso anche dei felini) di mettere ordine al caos.

LE TECNICHE UTILIZZATE NEL NOSTRO  RACCONTO

L’impianto che abbiamo predisposto si fonda sulla presenza di un attore che in diretta svolge una triplice funzione: in primo luogo quella di narratore ed interprete dell’intera vicenda. In secondo luogo quella di animatore, poiché durante la diretta fa uso di piccoli elementi derivati dal teatro di figura per raccontare lo sviluppo della fiaba. E infine quella di tecnico, dal momento che è l’attore stesso a occuparsi della “regia intena”, inviando le traccie video di cui si serve durante la narrazione.

Per la realizzazione di questi filmati, allo scopo di privilegiare la componente fantastica del racconto, ci è sembrato naturale rivolgerci alle potenzialità espressive offerte dal teatro di figura, anche per restituire- attraverso strumenti dal segno spesso essenziale – la molteplicità di personaggi e di ambientazioni in esso presenti.

 

L’altro elemento che ha contribuito a determinare questa scelta è senz’altro la natura del Gatto. Nella nostra riscrittura ispirata a Basile, il felino a cui si rifersice il titolo è una figura al femminile che durante l’arco del racconto – enfatizzando una traiettoria già presente nelle versioni letterarie – attraversa un processo di “artificializzazione”. Durante lo sviluppo del nostro racconto questo processo, grazie alla figura, diventa visibile: la gatta si manifesta per la prima volta attraverso le impronte di fango lasciate a terra dal protagonista, diventa quindi una figura di argilla, per poi trasformarsi in ombra, quindi in silhouette e in figura di carta, per poi acquisire gradualmente sembianze sempre più umane, in un’ ibridazione che fonde elementi del corpo dell’attrice con innesti derivati dalla figura.

Infine, l’ultimo ma altrettanto importante aspetto per cui abbiamo fatto ricorso alle tecniche del teatro di figura è di natura puramente artistica: inserendo il nostro racconto in una cornice digitale che tende a “fantasmizzare” i corpi e a “virtualizzare” l’esperienza, ci sembrava necessario avere un elemento che facesse da contrasto e restituisse l’impronta estremamente artigianale dell’intero processo creativo. E in effetti la peculiarità di questo formato permette di mostrare, in una relazione di stretta prossimità, la realizzazione dello spettacolo attraverso il suo processo artigianale: la costruzione degli ambienti e dei personaggi, l’allestimento delle microscenografie, l’animazione dei teatrini d’ombre, l’animazione a vista dei disegni, l’impiego del paper theatre e della tecnica del pop-up.

L’intento è infatti quello di rendere i giovani spettatori partecipi, non solo della storia narrata, ma anche dell’intero processo creativo che ha permesso di realizzarla, attraverso una prospettiva  che ne svela l’illusione e l’artificio, senza tuttavia svilirne la carica di mistero.

Un’ ultima preziosa riflessione riguarda la componente figurativa presente nel nostro racconto: accanto ai disegni, alle figure e alle piccole scenografie che abbiamo realizzato, durante l’intero arco del racconto sono presenti numerosissime immagini tratte dalla storia dell’Arte. Per la maggior parte sono quadri, dipinti e illustrazioni di pittori e illustratori vissuti tra il 1500 e il 1800 (lo stesso periodo delle varie edizioni della fiaba di cui ci siamo serviti). Pensando ai più curiosi, alle classi e, in particolar modo, agli insegnanti di arte e immagine, abbiamo preparato un indice che raccoglie tutte le immagini presenti, scena per scena, e che siamo lieti di allegare nell’eventualità ci venga richiesto per ulteriori approfondimenti.

UN ULTERIORE SVILUPPO DOPO LA VISIONE

Poichè l’allestimento prevede l’impiego di vari linguaggi che afferiscono all’universo del teatro di figura quali il teatro d’ombre, il disegno animato, il paper theatre, la tecnica del pop-up, abbiamo immaginato che la visione del racconto possa essere seguita da ateliers e laboratori, rivolti ad insegnanti, educatori e giovani spettatori, che approfondiscono la realizzazione e la pratica di queste tecniche.

La componente figurativa dello spettacolo e i materiali impiegati in esso presenti sono infatti il frutto di un processo di creazione artigianale, che parte dal plasmare l’argilla, alla creazione di figure in cartapesta, dalla costruzione di silhouette, alla realizzazione di piccoli teatrini d’ombre, dal ritaglio, all’impaginazione in formato pop-up. Tecniche e partiche che, a livello elementare, sono facilmente trasmissibili ai fruitori dello spettacolo e che possono divenire un prezioso bagaglio esperienziale per i partecipanti e per le loro creazioni personali.

immaginato e creato da Marco Ferro | realizzato da Marco Ferro, Stefano Pirovano, Valeria Sacco, Giulietta De Bernardi, Soledad Nicolazzi, Anna Fascendini | sonorizzazione a cura di Diego Dioguardi | con Marco Ferro, Stefano Pirovano, Giulietta De Bernardi, Soledad Nicolazzi (ogni racconto è interpretato da un attore o un’attrice) | produzione Campsirago Residenza | con un ringraziamento speciale ad Alessandra Amicarelli e allo Spazio Laboratorio Fontanili | con il sostegno di Next – Laboratorio Di Idee Per La Produzione e Distribuzione dello Spettacolo dal Vivo Lombardo – Edizione 2020
Rassegna stampa