chi siamo  |  produzioni |  Il gatto con gli stivali
Campsirgo Residenza
teatro ragazzi
Versione animata dal vivo per dispositivi digitali
Dai 6 agli 11 anni
50 minuti
DEBUTTO autunno
2020

La relazione tra un gatto e il suo giovane padrone, tra un piccolo uomo e il suo alter-ego magico, tra un ragazzo e il suo “spirito guardiano”. Il linguaggio pensato per una fruizione attraverso i dispositivi digitali, è un alternarsi di immagini animate e attori che parlano in camera. Non è quindi un video trasmesso, ma uno spettacolo realizzato dal vivo con momenti di interazione tra attore e bambini attraverso dispositivi digitali. Le tecniche impiegate spaziano dal teatro d’ombre al paper theatre, dalla stop-motion al pop-up.

Questa versione animata è realizzata dal vivo attraverso dispositivi digitali. Nella programmazione scolastica può essere proposta a gruppi classe in presenza in aula oppure a distanza. Nel primo caso gli alunni assistono allo spettacolo su un unico dispositivo in classe. Nel secondo caso gli alunni dell’intera classe parteciperanno e assisteranno insieme allo spettacolo, ma ognuno collegato dalla propria abitazione.

È inoltre pensata per rassegne e festival teatrali digitali, proponendo così un’esperienza dal vivo, anche se a distanza.

 

Il gatto con gli stivali è un progetto di spettacolo che Campsirago Residenza aveva in cantiere prima dell’emergenza Covid. Questo periodo di distanziamento e di contingenza ha fatto sorgere nuove domande e, come prevedibile, ha messo in discussione l’intero processo creativo del progetto: è nato allora il desiderio di sperimentare e mutuare -per la prima volta- alcune delle tecniche in chiave “digitale” e Il Gatto con gli stivali è necessariamente diventato un fertile terreno di prova di questo nuovo processo di sperimentazione.

L’idea nasce dalla casuale rilettura del Gatto con gli stivali, opera tra le più discusse e controverse dei classici della letteratura per l’infanzia. Lo studio della celebre versione Di Perrault ha generato in noi il desiderio di ripercorrerne le tracce e ci ha condotti a ritroso alla versione dei Grimm e di Straparola, per approdare infine al “Cagliuso” di Basile, dove i toni scuri, il contesto di estrema miseria in cui è ambientato e la lingua amara di cui si serve, rendono il racconto tragico e comico al tempo stesso e -a nostro avviso- più contemporaneo, a distanza di sicurezza dal canonico messaggio moralistico ed edificante che ci viene sovente proposto. Il gatto è qui una gatta, e tutta la vicenda sembra mistificare l’idea che il successo personale e la realizzazione di sè sia il fine ultimo dell’esistenza. In questa versione della fabula, la relazione tra il protagonista e il felino è tutt’altro che risolta e pacificata, al contrario, tra le righe è possibile coglierne la complessità, la contraddittorietà e soprattutto la grande profondità. È proprio a partire da queste riflessioni che abbiamo cominciato a lavorare alla nostra ri-scrittura, che della fiaba classica conserva l’arco narrativo e i personaggi principali, per indagarne le relazioni e le dinamiche, in una prospettiva che cerca di esaltarne le spinte indubbiamente contraddittorie eppure così splendidamente umane. Abbiamo messo al centro della nostra storia proprio questa relazione tra il giovane e la sua gatta, tra l’orfano e l’animale. La profonda complicità tra i due, che trova slancio nella comune sventura, e la loro improbabile vittoria – improbabile perché ne escono vincitori nonostante siano perdenti sulla carta- è da una parte il motore che dà speranza e luce. Dall’altra, l’ombra di un’ambizione crescente di cui tutti i personaggi sono vittime più o meno consapevoli (la gatta stessa, Pippo, il re e sua figlia, le guardie e i servitori) ci allontana via via da un mondo che perde le sue connotazioni più “umane” e “naturali”, per condurci in una dimensione sempre più “artificializzata”. Una dinamica, quest’ultima, di cui la gatta stessa, suo malgrado, ne incarna la parabola, a partire dall’incipit, dal momento in cui decide -pur di salvarsi la pelle- di calzare un paio di stivali.

Questo è dunque il panorama dentro al quale si muovono i nostri personaggi. Ma come qualsiasi fiaba che si rispetti, il nocciolo più autentico non va cercato nei fatti narrati, nella carriera e nelle frodi del falso marchese di Carabas. A nostro avviso va rintracciato in quella che sul piano emotivo è il seme più durevole del racconto: la relazione tra i due, che poi è la relazione tra un giovane e il suo alter-ego. O -per usare un’espressione che ne valorizza la visione magica e animistica- tra un piccolo uomo e il suo  “spirito” guardiano.

 

Le tecniche utilizzate per quest’opera sperimentale, interamente mediata dal dispositivo digitale, saranno ibride: la gatta che troviamo all”inizio del racconto è un felino a tutti gli effetti, talvolta disegnato e talvolta reso tridimensionale dall’argilla. In questo caso, l’impiego di silhouette e le varie tecniche che spaziano dal pop-up, al paper theatre, al teatro d’ombre, saranno registrate dall’occhio della telecamera e passeranno così attraverso una digitalizzazione che trasferisce sullo schermo un universo di figura. Parallelamente, è prevista la ripresa di attori in carne ed ossa che, rivolti alla telecamera, si fanno narratori della vicenda: in primo luogo Pippo, il ragazzo protagonista. Ma la gatta stessa, che durante l’arco del racconto attraversa un processo di artificializzazione, acquisirà sembianze umane e sarà interpretata in alcune parti da un’attrice, debitamente truccata. Il linguaggio dell’opera sarà dunque un continuo alternarsi di immagini animate e attori che parlano in camera, che, a loro volta, hanno un correlativo in figura, attraverso il teatro d’ombre, il paper theatre e l’animazione di piccole figure in cartapesta. Nonostante siano previste delle brevi sequenze girate con la tecnica dello stop-motion, tutto il linguaggio conserverà un’impronta artigianale e molte delle animazioni saranno a vista. La peculiarità di questo formato permette infatti di mostrare, in una relazione di stretta prossimità, la realizzazione dello spettacolo attraverso il suo processo artigianale: la costruzione degli ambienti, l’allestimento delle microscenografie, l’animazione dei teatrini d’ombre e così via. L’intento è quello di rendere i giovani spettatori partecipi, non solo della storia narrata, ma anche dell’intero processo creativo che ha permesso di realizzarla, attraverso una lente di ingrandimento – quella propria dell’obiettivo- che ne svela l’illusione e l’artificio, senza tuttavia svilirne il mistero.

immaginato e realizzato da Marco Ferro, Giulietta De Bernardi, Valeria Sacco, Stefano Pirovano | con la collaborazione di Matteo Lainati | produzione Campsirago Residenza