chi siamo  |  produzioni | Amleto, una questione personale
Campsirgo Residenza
spettacolo itinerante
nel paesaggio
100 minuti
DEBUTTO giugno
2021

Amleto e le sue domande sono dentro ciascuno di noi: quello che ci rende umani è il dubitare, il poter ipotizzare scenari differenti a seconda delle azioni, delle relazioni, delle direzioni che scegliamo di percorrere. Così Amleto, una questione personale è un viaggio, anzi sono tre viaggi.

Tre percorsi diversi e possibili che attraversano luoghi differenti ed incontrano personaggi, dubbi, momenti della tragedia shakesperiana fatta a pezzi. Come un puzzle che si compone nelle casualità degli incontri, ma che permette di specchiarsi e riconoscersi.

Amleto, una questione personale nasce anche dal desiderio di sperimentare possibilità di commistione tra le azioni di teatro nel paesaggio, le performance immersive e quelle per uno spettatore solo: le strade che gli artisti di Campsirago Residenza indagano da anni e che sono state oggetto del corso di alta formazione da cui questo spettacolo nasce.

La condizione emergenziale che abbiamo vissuto ha chiuso i nostri confini relegandoci alle nostre singole realtà. Cosi tornare in scena, in dodici attori e settantacinque spettatori ci sembra il modo migliore per tornare a condividere il rito collettivo del teatro.

Lo spettacolo nasce da un ciclo di residenze di alta formazione con 10 giovani attori professionisti.

Spettacoli come tatuaggi che ti entrano sottopelle e non se ne vanno più. Continuano ad accompagnarti negli anni. E il bosco è il panorama e il fondale perfetto, lo scenario e il set ideale per l’attraversamento, base di queste avventure. L’andare fuori di noi che, parallelamente, sposta piccole cose, riequilibrandole, dentro di noi in un continuo gioco di specchi, di rimandi, di rimbalzi. Camminare, vedere, scorgere, scoprire pezzi del mondo, scovare parti intime di noi immerse in quei luoghi, ora lampanti e palesi. Un respiro profondo ad aprire sterno e polmoni, reali e metaforici. Il bosco fa paura perché è un buco nero e potrai scoprire cosa c’è dall’altra parte soltanto se ti lascerai trascinare, se quella paura non ti bloccherà ma diverrà trampolino per saltare, andare a tastare, a constatare. Ecco, in quest’ottica, “Amleto, una questione personale”, che dopo una prima parte frontale sul palco (che guarda la vallata e Milano che da qui è quieta e silenziosa) si divide in tre sezioni con tre percorsi dissimili che ogni tanto si tangono nelle radure: i “verdi” gli innocenti, i “rossi” i ricchi e potenti, gli “azzurri” i depressi. Silenzio, fila indiana, cuffie: siamo in un rito. E’ appunto, da titolo, una questione privata, un corpo a corpo personale del singolo spettatore con il testo, con le dinamiche ancestrali, con il luogo. Camminiamo e nelle orecchie arrivano frasi che nella loro semplicità scombussolano e rimescolano: “Chi sei quando nessuno ti guarda?”, “Di cosa dubiti?”, “Qual è la tua questione?”. Il bosco non risponderà per noi ma aiuta a fare silenzio attorno, a ripulire l’aria dal vuoto, dall’inutile, dal chiacchiericcio ingolfante. Il bosco è un tunnel verso la Madre Terra, è un essere vomitati tra le frasche, è un cercare la via d’uscita, è un tentativo di salvezza, è un tiro ai dadi scommettendo su se stessi. [….] Spettacoli che fanno crescere, che rimangono invischiati nei nostri capelli, appesi ai nostri sogni, nei nostri giorni. Tommaso Chimenti

Ho visto numerosi allestimenti del Macbeth, del Giulio Cesare e del Riccardo III di Shakespeare. Pochi, invece, quelli dell’Amleto. La ragione non può essere il puro caso, perché non esiste. Forse, più semplicemente, Amleto mette soggezione. Fossi un regista teatrale, mi tremerebbero i polsi a maneggiare il classico dei classici, l’opera che, insieme all’Edipo re di Sofocle, sta alla base del teatro occidentale. Ma se anche ne avessi visti molti di più, sono sicuro che questo “Amleto, una questione personale” mi avrebbe fatto lo stesso effetto che mi ha procurato venerdì sera al Festival Il Giardino delle Esperidi a Campsirago: quello di una rivelazione. Mi ha lasciato il segno e sono sicuro che me lo ricorderò, anche quando altre decine di spettacoli andranno a sovrapporglisi, richiedendo spazio alla mia memoria. Sarà difficile che l’otterranno a spese di questo allestimento. Saul Stucchi

Si comincia dal palcoscenico della Residenza con questa drammaturgia, che è anche il frutto di un lungo laboratorio del suo gruppo. Un lavoro che è un esempio di quella che ho chiamato drammaturgia espansa ovvero di realtà aumentata. Il testo antico, che offre sicuri confini alla navigazione scenica, è come fatto esplodere, non solo in sé, aprendo squarci in cui si insinuano nuove scritture e nuove visioni, ma anche nella dimensione teatrale che apre tre vie rappresentative, diverse ma coerenti, in cui ciascuno può ritrovare e ricomporre piccole tessere di una più ampia identità e identificazione. All’interno di questa complessa, ma attraente struttura drammaturgica la sintassi cogente utilizza molti linguaggi e molte modalità recitative, alternando ad esempio microfonatura e voce naturale, a scovare le innumerevoli potenzialità del suono al modo di Carmelo Bene o di Leo De Berardinis, oppure proponendo al pubblico pezzi in cuffia. Tutto ciò a irrobustimento di quell’effetto dissociante che cerca di esplicitare in evento scenico momenti nascosti dentro il dramma shakespeariano. Si realizza insieme una fusione più forte del consueto tra spettacolo e il suo pubblico che si trasforma, man mano prendendo confidenza, mentre lo percorre con e tra gli atttori, con quell’ambiente sospeso, da diffidente inurbato a parte dello spettacolo, un folletto che guarda gli eventi, come in “un sogno di una notte di mezza estate”. Un tentativo di superare forse, in sintesi successive, l’aporia della scena contemporanea, soprattutto italiana, sospesa tra teatro che fa della parola il suo esclusivo veicolo e teatro che quella parola svalorizza fino alla marginalità. Maria Dolores Pesce

regia Anna Fascendini, Giulietta de Bernardi, Michele Losi | con Anna Fascendini, Barbara Mattavelli, Benedetta Brambilla, Giulietta de Bernardi, Liliana Benini, Marialice Tagliavini, Michele Losi, Sara Milani, Sebastiano Sicurezza, Sofia Bolognini, Stefania Ventura, Stefano Pirovano | costumi Stefania Coretti | musiche Diego Dioguardi, Luca Maria Baldini | dramaturg Sofia Bolognini | testi dei partecipanti al laboratorio di alta formazione di teatro nel paesaggio e dall’Amleto di William Shakespeare | produzione Campsirago Residenza