Campsirgo Residenza
spettacolo itinerante
nel paesaggio
100 minuti
ANTEPRIMA giugno
2021

Amleto e le sue domande sono dentro ciascuno di noi: quello che ci rende umani è il dubitare, il poter ipotizzare scenari differenti a seconda delle azioni, delle relazioni, delle direzioni che scegliamo di percorrere. Così Amleto, una questione personale è un viaggio, anzi sono due viaggi.

Due percorsi diversi e possibili che attraversano luoghi differenti ed incontrano personaggi, dubbi, momenti della tragedia shakesperiana fatta a pezzi. Come un puzzle che si compone nelle casualità degli incontri, ma che permette di specchiarsi e riconoscersi.

Amleto, una questione personale nasce anche dal desiderio di sperimentare possibilità di commistione tra le azioni di teatro nel paesaggio, le performance immersive e quelle per uno spettatore solo: le strade che gli artisti di Campsirago Residenza indagano da anni e che sono state oggetto del corso di alta formazione da cui questo spettacolo nasce.

Amleto, una questione personale è uno spettacolo di teatro contemporaneo, in parte su palco, in parte itinerante e site-specific che, attraverso un viaggio fisico e metaforico esplora i grandi temi del dubbio e del desiderio. Amleto, una questione personale diviene così esperienza collettiva e individuale attraverso i labirinti della psiche.

Lo spettacolo fonde linguaggi ed esperienze: il teatro da palco, la drammaturgia contemporanea in una riscrittura destrutturata e originale dei temi di Amleto, i rituali del terzo teatro, fino al teatro immersivo in cui la tecnologia delle cuffie, il soundscape e il testo si fondono in un monologo interiore di Amleto che, perdendosi, incontra i propri fantasmi, la spietata dinamica del potere, la passione e il dramma dell’amore. Amleto, e con lui il pubblico, si perde in un bosco, che potrebbe anche essere una periferia urbana, in una continua ricerca di sé.

La geografia drammaturgica e fisica procede per vie traverse, deviazioni, salite, come sono le nostre anime.

Nella scrittura corale dello spettacolo, Amleto vaga come un fantasma al di fuori della consuetudine, del buon costume, oltre quel confine della vita ordinata di chi, apparentemente, si accontenta di una felicità effimera e volatile. Amleto rappresenta l’inquietudine, quel tormento interiore che non ci fa dire “sono davvero felice”; quel tremare continuo nell’impossibilità di stare, semplicemente, senza partire e andare, ogni volta, per ricominciare da capo. Nella performance Amleto diviene colui che dentro di noi ci impedisce di superare il limite, di guardare al futuro, di scoprire cioè che non andrebbe visto. Amleto disturba segreti che non vogliono essere disvelati. È spirito del continuo dubitare, del fare filosofia sul proprio tormento interiore.

Durante il cammino si ascoltano suoni e testi, si avverte il passo e il respiro degli altri spettatori, attraversando un percorso fisico in cui a ogni tappa vi è un quadro scenico, un’apparizione. Amleto, una questione personale diviene allora rito collettivo e allo stesso tempo un’esperienza individuale nella quale ognuno è invitato a indagare i propri dubbi, ma anche i propri desideri. Il passo lento si fa comunitario, e nello stesso momento la mente, come un battito continuo, scava nel proprio personale Amleto. Il paesaggio impregna della sua presenza, diviene luogo del dedalo fra i meandri del principe di Danimarca.

Amleto, una questione personale si presenta come un’impresa epica per spazi non urbani, dove il teatro non c’è e in cui sembra possibile sperimentare una comunità di artisti, addetti ai lavori e nuovi spettatori erranti. Amleto, una questione personale, come una lunga conta magica, agita a cielo aperto da coloro che scelgono di raccogliersi e lavorare in piccole “enclavi”, attiva un’azione radicale in un territorio delocalizzato. Amleto, una questione personale, al pari di un violento abbraccio, ammutolisce il pubblico e strozza le parole nella gola degli interpreti, i cui corpi “trasparenti” intercettano gli impulsi del luogo e reagiscono agli imprevisti e alle possibilità, anche drammaturgiche, che scaturiscono da un sito all’aperto. Vittoria Majorana e Damiano Pellegrino 

Ho visto numerosi allestimenti del Macbeth, del Giulio Cesare e del Riccardo III di Shakespeare. Pochi, invece, quelli dell’Amleto. La ragione non può essere il puro caso, perché non esiste. Forse, più semplicemente, Amleto mette soggezione. Fossi un regista teatrale, mi tremerebbero i polsi a maneggiare il classico dei classici, l’opera che, insieme all’Edipo re di Sofocle, sta alla base del teatro occidentale. Ma se anche ne avessi visti molti di più, sono sicuro che questo “Amleto, una questione personale” mi avrebbe fatto lo stesso effetto che mi ha procurato venerdì sera al Festival Il Giardino delle Esperidi a Campsirago: quello di una rivelazione. Mi ha lasciato il segno e sono sicuro che me lo ricorderò, anche quando altre decine di spettacoli andranno a sovrapporglisi, richiedendo spazio alla mia memoria. Sarà difficile che l’otterranno a spese di questo allestimento. Saul Stucchi

Un lavoro che è un esempio di quella che ho chiamato drammaturgia espansa ovvero di realtà aumentata. Il testo antico, che offre sicuri confini alla navigazione scenica, è come fatto esplodere, non solo in sé, aprendo squarci in cui si insinuano nuove scritture e nuove visioni, ma anche nella dimensione teatrale che apre tre vie rappresentative, diverse ma coerenti, in cui ciascuno può ritrovare e ricomporre piccole tessere di una più ampia identità e identificazione. All’interno di questa complessa, ma attraente struttura drammaturgica la sintassi cogente utilizza molti linguaggi e molte modalità recitative, alternando ad esempio microfonatura e voce naturale, a scovare le innumerevoli potenzialità del suono al modo di Carmelo Bene o di Leo De Berardinis, oppure proponendo al pubblico pezzi in cuffia. Tutto ciò a irrobustimento di quell’effetto dissociante che cerca di esplicitare in evento scenico momenti nascosti dentro il dramma shakespeariano. Si realizza insieme una fusione più forte del consueto tra spettacolo e il suo pubblico che si trasforma, man mano prendendo confidenza, mentre lo percorre con e tra gli attori, con quell’ambiente sospeso, da diffidente inurbato a parte dello spettacolo, un folletto che guarda gli eventi, come in “un sogno di una notte di mezza estate”. Un tentativo di superare forse, in sintesi successive, l’aporia della scena contemporanea, soprattutto italiana, sospesa tra teatro che fa della parola il suo esclusivo veicolo e teatro che quella parola svalorizza fino alla marginalità. Maria Dolores Pesce

regia Anna Fascendini, Giulietta de Bernardi, Michele Losi | con Anna Fascendini, Barbara Mattavelli, Benedetta Brambilla, Giulietta de Bernardi, Liliana Benini, Marialice Tagliavini, Michele Losi,  Sebastiano Sicurezza, Sofia Bolognini, Stefano Pirovano | costumi Stefania Coretti | musiche Diego Dioguardi, Luca Maria Baldini | dramaturg Sofia Bolognini | testi dei partecipanti al laboratorio di alta formazione di teatro nel paesaggio e dall’Amleto di William Shakespeare | produzione Campsirago Residenza